Non volere figli è da egoisti?
C’è una frase che chi ha deciso di non avere figli, prima o poi, si sente dire. A volte arriva da un parente durante un pranzo di famiglia, altre volte da un collega davanti alla macchinetta del caffè, altre ancora scorre sotto un post sui social. La formula cambia poco: «Sei egoista». A volte è detta con affetto preoccupato, altre con un certo fastidio, altre ancora come una domanda vera, non retorica. Immaginiamo la scena, perché è verosimile più che documentata: qualcuno racconta di non voler diventare genitore, e l’interlocutore replica quasi automaticamente con quella parola, come se fosse l’unica spiegazione possibile.
È una domanda che merita una risposta seria, non una scrollata di spalle né una difesa risentita. Perché dietro l’accusa di egoismo si nascondono questioni reali: il valore che diamo alla genitorialità, le paure legate al futuro demografico, l’idea che abbiamo di cosa significhi “contribuire” alla società. Liquidare la domanda come ostile, o al contrario accettarla senza discuterla, sono entrambe scorciatoie. Proviamo invece a guardarla da vicino.
Di cosa parliamo quando parliamo di “senza figli per scelta”
Prima di entrare nel merito, è necessario chiarire i termini, perché sotto l’etichetta generica di “chi non ha figli” convivono situazioni molto diverse tra loro, e confonderle produce solo equivoci.
C’è chi non ha figli per scelta consapevole: ha riflettuto, magari per anni, e ha concluso che quella non è la vita che desidera. È la condizione a cui in inglese ci si riferisce con il termine “childfree”, per distinguerla da “childless”, che indica invece l’assenza di figli non voluta o subita. E qui si apre un secondo gruppo, altrettanto ampio: persone che avrebbero voluto diventare genitori ma non hanno potuto, per ragioni di salute, per non aver incontrato la persona o le circostanze giuste, per motivi economici che hanno reso la scelta troppo rischiosa. Un terzo gruppo, ancora diverso, è quello di chi non ha ancora deciso, o rimanda la decisione, senza per questo aver escluso la genitorialità dal proprio orizzonte.
Questo articolo si concentra sul primo caso: la scelta deliberata di non avere figli. Non perché le altre situazioni siano meno importanti (anzi, spesso comportano un carico emotivo persino maggiore), ma perché è a questa scelta, quella dichiarata e rivendicata, che viene rivolta più spesso l’accusa di egoismo. Nessuno accusa di egoismo chi non è riuscito ad avere figli pur desiderandoli. L’accusa colpisce chi, potendo, ha scelto diversamente. Ed è bene aggiungere che chi legge questo articolo può trovarsi in una qualunque di queste posizioni, o in nessuna: non è necessario essersi già decisi, in un senso o nell’altro, per interrogarsi sul tema.
Da dove nasce l’accusa di egoismo
L’accusa non nasce dal nulla. Ha radici in almeno tre terreni diversi, che spesso si mescolano nella stessa conversazione senza che nessuno li distingua.
Il primo è culturale e familiare. In molte società, compresa quella italiana, la genitorialità è stata a lungo, e in parte lo è ancora, il passaggio che rende “compiuta” una vita adulta, in particolare quella delle donne. Chi si sottrae a questo passaggio viene percepito come chi rifiuta un dovere sociale, non come chi semplicemente sceglie un percorso diverso. Le aspettative dei genitori verso i propri figli, il desiderio di diventare nonni, l’idea diffusa che “senza figli manca qualcosa”: sono pressioni reali, spesso sincere e affettuose, ma che tendono a trasformare una preferenza personale in un obbligo implicito.
Il secondo terreno riguarda le idee che abbiamo, spesso senza rendercene conto, su cosa significhi essere donna o essere uomo. Alla maternità, in particolare, è ancora associata un’idea di compimento e di “naturalezza” che rende la scelta di non essere madre più esposta al giudizio rispetto alla scelta simmetrica maschile. Non è un caso che l’accusa di egoismo, pur non essendo esclusiva delle donne, venga rivolta loro con più frequenza e con toni più duri.
Il terzo terreno è demografico. Le nascite in Italia sono in calo da molti anni. Secondo l’ISTAT, nel 2024 i nati residenti in Italia sono stati 369.944, in diminuzione del 2,6% rispetto all’anno precedente, con un numero medio di figli per donna sceso a 1,18, il valore più basso mai registrato (fonte ISTAT). Di fronte a un dato di questo tipo, è comprensibile che nasca una preoccupazione collettiva: chi sosterrà un sistema pensionistico e sanitario pensato per una piramide demografica diversa da quella che si sta delineando? È una domanda legittima. Il problema comincia quando questa preoccupazione, che riguarda l’intera società, viene scaricata sulla singola persona che non vuole figli, come se la sua scelta individuale fosse la causa, o la colpa, di un fenomeno strutturale che dipende da fattori molto più ampi: precarietà lavorativa, costo della vita, insufficienza dei servizi per l’infanzia, tempi di formazione più lunghi, e cambiamenti culturali che riguardano l’intera società, non solo chi decide consapevolmente di non avere figli.
È qui che si consuma lo scivolamento più insidioso: da una preoccupazione collettiva legittima a un giudizio morale su un singolo individuo. Sono due piani diversi, e tenerli separati è il primo passo per rispondere onestamente alla domanda del titolo.
Le obiezioni che meritano una risposta
Ci sono almeno tre obiezioni che tornano più spesso in questo dibattito, e meritano di essere affrontate nella loro versione più solida, non in quella caricaturale.
La prima riguarda il welfare: se sempre meno persone hanno figli, chi lavorerà e pagherà i contributi che sostengono le pensioni e la sanità di domani? È un’obiezione fondata, e sarebbe disonesto negarla. Ma va detto con altrettanta chiarezza che il sistema di welfare non si regge sulla scelta procreativa di ogni singolo cittadino: si regge su politiche pubbliche, su produttività, su immigrazione, su scelte di investimento che riguardano decenni. Attribuire la tenuta del welfare alla responsabilità individuale di avere figli equivale a scaricare su scelte private un problema che è, per definizione, collettivo e politico. Chi non vuole figli non sta sabotando il sistema pensionistico più di quanto non lo faccia chi ha un solo figlio, chi lo ha tardi, o chi semplicemente vive in un paese le cui politiche familiari non hanno saputo sostenere la natalità.
La seconda obiezione è più personale: chi si prenderà cura di te quando sarai anziano? È una domanda che nasce spesso da un affetto genuino, non da ostilità, ed è giusto prenderla sul serio, senza risposte consolatorie che non reggerebbero alla prova dei fatti. La verità è che avere figli non garantisce assistenza nella vecchiaia: ci sono genitori che invecchiano soli, lontani dai figli, o senza il loro sostegno per ragioni che vanno dalla distanza geografica ai rapporti familiari difficili. E ci sono persone senza figli che costruiscono reti di cura solide, fatte di partner, amici, fratelli, comunità, o che scelgono consapevolmente di organizzare la propria vecchiaia attraverso strumenti diversi: economici, assistenziali, relazionali. Non è onesto promettere che una vita senza figli sarà priva di solitudine: la solitudine nella vecchiaia è un rischio reale, che va affrontato con previdenza, non negato. Ma è altrettanto disonesto presentare la genitorialità come un’assicurazione automatica contro quel rischio.
La terza obiezione tocca un nervo più scoperto: non stai pensando solo alla tua libertà? È un’accusa che sottintende un giudizio implicito, cioè che pensare alla propria libertà, ai propri tempi, alla propria carriera o al proprio equilibrio psicologico sia in qualche modo meno nobile che dedicarli a un figlio. Ma questa gerarchia di valore non regge a un esame attento. La libertà personale, intesa come la possibilità di decidere della propria vita, del proprio tempo, del proprio corpo, non è un capriccio da giustificare, è una condizione che chiunque, genitore o no, ha il diritto di considerare quando decide come vivere. Chi sceglie di avere figli, del resto, lo fa spesso anche per ragioni che riguardano se stesso: il desiderio di lasciare un segno, di sperimentare un legame specifico, di realizzare un progetto di vita che sente proprio. Non definiamo egoista chi ha figli “per sé”. Non c’è ragione per applicare uno standard diverso a chi sceglie di non averne.
Prendersi cura degli altri non richiede necessariamente essere genitori
Uno degli assunti impliciti nell’accusa di egoismo è che la genitorialità sia la forma più alta, o addirittura l’unica forma vera, di dono di sé e di responsabilità verso gli altri. È un’idea diffusa, ma che regge poco a uno sguardo più ampio.
La cura, l’attenzione verso chi ci sta intorno, il senso di responsabilità collettiva si esprimono in modi molto diversi, e non sono prerogativa di chi ha figli. Ci sono persone senza figli che si prendono cura di genitori anziani, di fratelli, di nipoti, di amici in difficoltà. Ci sono persone che dedicano tempo ed energie al lavoro sociale, alla cura dell’ambiente, alla vita della propria comunità, all’impegno civile o professionale. E ci sono, va detto con altrettanta onestà, genitori che non riescono, per mille ragioni non sempre loro imputabili, a essere presenti o disponibili per chi li circonda. La genitorialità non è una garanzia di generosità, così come l’assenza di figli non è una garanzia di egoismo. Sono due variabili che non si implicano a vicenda.
Detto questo, è importante non cadere nell’eccesso opposto: chi non ha figli non ha alcun obbligo di dimostrare la propria utilità sociale per compensare una scelta che, semplicemente, non richiede giustificazioni. Non è necessario diventare volontari instancabili, professionisti eccezionali o pilastri della propria comunità per “meritarsi” il diritto di non avere figli. Una vita senza figli è legittima anche quando è, semplicemente, una vita ordinaria, dedicata a se stessi e alle persone che si amano, senza doversi guadagnare un’assoluzione sociale attraverso meriti straordinari. Chiedere a chi non ha figli di dimostrare di essere “utile in altro modo” significa comunque partire dal presupposto che la sua scelta abbia bisogno di una difesa. E non è così.
Una preoccupazione legittima, non un tribunale morale
Torniamo al dato demografico, perché merita di essere preso sul serio, non liquidato. Una popolazione che invecchia rapidamente e che si riduce nel numero pone problemi concreti: alla sostenibilità dei sistemi previdenziali, alla forza lavoro, alla tenuta di intere aree del paese, in particolare quelle già segnate da spopolamento. Interrogarsi su queste dinamiche, discuterne le cause, chiedere alla politica di intervenire con misure che rendano più sostenibile la scelta di avere figli per chi la desidera, dal sostegno economico ai servizi per l’infanzia, dalla stabilità lavorativa alle politiche abitative, è non solo legittimo, ma necessario.
Qui però va fatta una distinzione che l’articolo ha già anticipato e che vale la pena ribadire con chiarezza: il calo delle nascite e la diffusione della scelta childfree sono fenomeni collegabili nel dibattito pubblico, ma non sono la stessa cosa. Buona parte del calo delle nascite in Italia riguarda persone che i figli li vorrebbero, ma li rimandano o rinunciano per ragioni economiche, lavorative, abitative, non per una scelta di vita childfree. Trattare ogni persona senza figli come se fosse la causa della crisi demografica significa confondere un fenomeno collettivo, con cause strutturali molteplici, con la somma di scelte individuali che pesano su di esso in misura molto minore di quanto si creda.
C’è poi un limite di fondo che vale la pena mettere nero su bianco: anche ammesso che il calo delle nascite fosse interamente riconducibile a scelte individuali, questo non renderebbe automaticamente immorale la scelta del singolo. Un conto è riconoscere le conseguenze aggregate di un comportamento diffuso, un altro è trasformare quella constatazione in un giudizio di colpa sulla singola persona. Nessuno accusa di egoismo chi sceglie di vivere in una città piccola invece che contribuire alla forza lavoro di un centro urbano in crisi di manodopera, per quanto anche questa sia, in aggregato, una scelta con conseguenze sociali. Applichiamo alla genitorialità uno standard morale che non applichiamo a nessun’altra scelta di vita paragonabile, ed è proprio questa asimmetria a rendere sospetta l’accusa di egoismo: non nasce da un principio etico coerente, ma da un’aspettativa culturale specifica sulla genitorialità che non riusciamo ancora a mettere del tutto in discussione.
Allora, non volere figli è da egoisti?
No. Non volere figli non rende, di per sé, una persona egoista. La scelta di diventare genitori o di non diventarlo è una decisione che riguarda la vita di chi la prende, i suoi valori, le sue priorità, il modo in cui intende costruire il proprio futuro. Non è una scorciatoia comoda, non è quasi mai una fuga dalla responsabilità: è, semplicemente, un’altra forma di responsabilità, quella di scegliere consapevolmente il tipo di vita che si vuole vivere e di assumersene le conseguenze, comprese quelle meno facili, come una possibile solitudine futura, che non va negata ma affrontata.
Questo non significa che le domande sollevate da chi si preoccupa del futuro demografico siano infondate, né che chi desidera figli e li considera il centro della propria vita debba sentirsi giudicato per questo. Le due prospettive, quella di chi sceglie di non avere figli e quella di chi si interroga sulle conseguenze collettive della denatalità, non sono necessariamente in conflitto, se si riconosce che riguardano piani diversi: uno individuale, l’altro pubblico e politico. Confonderli è ciò che genera l’accusa di egoismo. Separarli è ciò che permette di discutere entrambi i temi con la serietà che meritano, senza trasformare una scelta di vita in una colpa da scontare.
Per approfondire
Il tema di questo articolo, la scelta di non avere figli, le sue ragioni, il contesto demografico e culturale in cui si inserisce, è al centro del mio libro Senza Figli per Scelta. La rivoluzione demografica del childfree e il diritto a un’altra vita, che affronta con più ampiezza alcuni degli aspetti qui solo accennati. Se l’argomento ti interessa e vuoi approfondirlo, puoi trovarlo su Amazon tradotto in 5 lingue:
- Italiano: Senza Figli per Scelta: La rivoluzione demografica del childfree e il diritto a un’altra vita
- English: Childfree by Choice: The Demographic Revolution of Going Childfree and the Right to a Different Life
- Deutsch: Kinderlos aus freier Entscheidung: Die demografische Revolution des Childfree-Seins und das Recht auf ein anderes Leben
- Français: Sans enfants par choix: La révolution démographique du childfree et le droit à une autre vie
- Español: Sin hijos por elección: La revolución demográfica childfree y el derecho a otra vida
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