Soli tra la Folla: Perché la solitudine cresce mentre bar, piazze e circoli scompaiono.
C’è un paradosso che chiunque viva in una grande città italiana conosce bene: non siamo mai stati così circondati da persone, e non ci siamo mai sentiti così soli. È da questa contraddizione che parte “Soli tra la folla. Perché la solitudine cresce mentre bar, piazze e circoli scompaiono“, il nuovo saggio di Manuel Micheletti, pubblicato su Amazon in italiano e tradotto in altre quattro lingue (inglese, francese, tedesco e spagnolo), segno di un’ambizione che va oltre i confini nazionali per parlare a un fenomeno che, come vedremo, è ormai globale.
Micheletti, saggista italiano noto per una produzione divulgativa che attraversa psicologia, filosofia, storia e scienza, si cimenta qui con uno dei temi più urgenti e insieme più sfuggenti della contemporaneità: la solitudine non come stato d’animo passeggero, ma come fenomeno sociale strutturale, misurabile, e (questo è il punto più originale del libro) spazialmente determinato. La tesi di fondo è tanto semplice quanto potente: la solitudine non cresce per caso, cresce perché i luoghi che ci tenevano insieme stanno fisicamente scomparendo.
Una diagnosi costruita sui numeri
La prima parte del libro, dedicata alla “diagnosi”, si distingue per un approccio rigoroso che evita la trappola dell’aneddotica facile. Micheletti dedica il primo capitolo a chiarire cosa sia davvero la solitudine, distinguendola con precisione dall’isolamento sociale: la prima è una condizione soggettiva di insoddisfazione verso la qualità delle proprie relazioni, la seconda una condizione oggettiva di scarsità di contatti. È una distinzione che oggi trova pieno riscontro nella letteratura scientifica internazionale: l’Organizzazione Mondiale della Sanità considera la disconnessione sociale, che comprende sia la solitudine soggettiva sia l’isolamento oggettivo, un serio problema di salute pubblica globale, presente in tutte le regioni del pianeta e in tutte le fasce d’età [web:9].
I numeri che Micheletti presumibilmente mobilita in questa sezione trovano ampio riscontro nei dati più recenti. Si stima che tra il 2014 e il 2023 circa una persona su sei nel mondo abbia sperimentato la solitudine, mentre un sondaggio del 2022 ha rilevato che il 35% dei cittadini dell’Unione Europea si è sentito totalmente o parzialmente solo nell’ultimo mese [web:9]. Il Centro comune di ricerca della Commissione Europea riporta che il 13% della popolazione UE dichiara di sentirsi solo spesso o sempre [web:10]. Ancora più inquietante è il dato sulla traiettoria: in Europa, tra il 2006 e il 2022, la quota di persone che dichiara di vedere quotidianamente familiari non conviventi è scesa dal 17% all’11%, mentre per gli amici il calo è stato dal 21% al 12%, un vero e proprio crollo delle interazioni sociali quotidiane in appena sedici anni [web:9].
Il capitolo sulla “misurazione dell’invisibile”, con la sua attenzione critica alle scale di misurazione della solitudine e ai limiti dei sondaggi, è probabilmente uno dei contributi più utili del libro, perché costringe il lettore a diffidare delle semplificazioni. Non è facile quantificare un’emozione, e Micheletti sembra consapevole che ogni numero citato nel libro andrebbe letto come indicazione di tendenza, non come verità assoluta. È un’onestà metodologica che rafforza, paradossalmente, la credibilità dell’intero impianto argomentativo.
Il cuore del libro: la teoria dei terzi luoghi
Se la prima parte pone le basi, è nella seconda che il libro trova la sua voce più originale, riprendendo e attualizzando un concetto chiave della sociologia urbana: quello di “terzo luogo”, coniato dal sociologo americano Ray Oldenburg nel suo libro del 1989 The Great Good Place [web:18][web:21]. Per Oldenburg, un terzo luogo è uno spazio informale distinto dalla casa (primo luogo) e dal lavoro (secondo luogo), dove le persone si incontrano senza un obiettivo preciso, senza un appuntamento, semplicemente per il piacere della conversazione [web:16][web:25]. Bar, caffè, biblioteche, barbieri, mercati di quartiere, circoli, panchine: tutti spazi neutri, accessibili, frequentati da habitué, dove le differenze sociali si attenuano e la conversazione diventa l’attività principale [web:25][web:13].
Micheletti dedica capitoli specifici a ciascuna tipologia di terzo luogo (il bar all’angolo, la piazza, i circoli e le parrocchie, le biblioteche), costruendo quello che si potrebbe definire un vero e proprio atlante della socialità perduta. La scelta è tutt’altro che nostalgica: l’autore sembra usare questi spazi come lenti attraverso cui leggere trasformazioni economiche e urbanistiche più ampie. Ed è qui che il libro si aggancia a dati italiani particolarmente eloquenti.
Secondo il rapporto Confcommercio “Demografia d’impresa nelle città italiane”, tra il 2012 e il 2025 in Italia sono scomparsi circa 156.000 esercizi di vicinato: i bar sono diminuiti del 21,1%, le edicole addirittura del 51,9%, le librerie e i negozi di giocattoli del 32,6%, i negozi di abbigliamento e calzature del 36,9% [web:10]. È un’emorragia di spazi che, come sottolinea Micheletti nel capitolo dedicato al bar come istituzione sociale, non riguarda solo l’economia del commercio ma la tenuta stessa del tessuto relazionale di un quartiere. Il bar italiano, tradizionalmente uno dei terzi luoghi più radicati nella cultura nazionale, ha visto un calo del 10% degli esercizi tra il 2012 e il 2025 secondo altre stime settoriali [web:9], mentre le presenze nei cinema italiani restano oggi inferiori di quasi un terzo rispetto al periodo pre-Covid, complice anche la triplicazione delle vendite online rispetto a un decennio fa [web:9].
Non tutto, però, è in caduta libera. Il capitolo 9, dedicato alle “istituzioni che resistono”, trova conferma in dati recenti sulle biblioteche italiane: nel 2025 il 15,1% della popolazione di 3 anni e più si è recata in biblioteca almeno una volta nell’anno, un livello sostanzialmente analogo a quello pre-pandemico del 2019 [web:14]. È un segnale che Micheletti, con onestà intellettuale, non ignora: i terzi luoghi pubblici e non commerciali mostrano una tenuta diversa rispetto a quelli legati alla logica di mercato, un punto su cui vale la pena riflettere quando si progettano politiche di rigenerazione urbana.
Le cause: un intreccio di urbanistica, tecnologia e lavoro
La terza parte del libro, probabilmente la più ambiziosa nella sua articolazione, smonta pezzo per pezzo le cause della scomparsa dei terzi luoghi, evitando la scorciatoia di attribuire tutto agli smartphone. Micheletti distribuisce la responsabilità su cinque fronti distinti: l’urbanistica pensata per le automobili, la rivoluzione digitale, la trasformazione del lavoro, l’economia dell’attenzione e il disinvestimento pubblico.
Sul fronte urbanistico, il capitolo sulla suburbanizzazione richiama un problema ben documentato nella letteratura anglosassone: la zonizzazione funzionale, che separa rigidamente zone residenziali, commerciali e lavorative, riduce drasticamente le occasioni di incontro casuale, mentre il tempo perso negli spostamenti si trasforma in tempo sottratto alla relazione. È un tema che negli Stati Uniti è stato analizzato in profondità da ricerche sui third places, secondo cui la chiusura di questi spazi tra il 2019 e il 2021 ha registrato un’accelerazione diffusa in tutte le categorie, aggravata dai lockdown pandemici ma iniziata ben prima, già dopo la crisi finanziaria del 2008 [web:9][web:16].
Particolarmente convincente, per chi segue il dibattito internazionale, è il richiamo, presumibilmente presente nel capitolo 11 sulla rivoluzione digitale, al lavoro di Robert Putnam, autore di Bowling Alone, che già a inizio anni Duemila documentava il crollo della partecipazione a leghe di bowling, circoli, associazioni e chiese negli Stati Uniti [web:13]. I dati più recenti confermano una tendenza che precede la pandemia: tra il 2014 e il 2019, negli Stati Uniti, il tempo trascorso con gli amici è diminuito del 37%, un crollo verificatosi prima del Covid, non a causa di esso [web:13]. In Francia, ricerche recenti confermano che la scomparsa dei terzi luoghi ha contribuito significativamente all’aumento di ansia e depressione, erodendo la fiducia sociale e civica considerata fondamentale per il benessere individuale [web:12]. Negli Stati Uniti, il numero di americani che dichiara di non avere nessun amico stretto è triplicato tra il 1990 e il 2024, secondo il Survey Center on American Life [web:12].
Il capitolo sull’economia dell’attenzione è forse il più attuale del libro, perché intercetta un dibattito che negli ultimi due anni è esploso anche nel discorso pubblico mainstream: quello sulle piattaforme digitali progettate non per unire le persone, ma per trattenerle. È un’osservazione che si lega bene al capitolo sul lavoro da remoto, un fenomeno che, accelerato dalla pandemia ma già in atto prima, ha eroso ulteriormente gli spazi condivisi che tradizionalmente fungevano da collante tra colleghi, trasformando l’ufficio stesso in un terzo luogo mancato.
Chi paga il prezzo più alto
La quarta parte, dedicata alle conseguenze differenziate della solitudine, è quella con le implicazioni più immediatamente pratiche. Micheletti distingue con cura tre fasce d’età (giovani, adulti, anziani), evitando di trattare la solitudine come un’esperienza omogenea. Il capitolo sui giovani, con il suo focus su adolescenza, socialità online e ansia sociale, si inserisce in un filone di ricerca che ha portato, nel 2023, il Surgeon General statunitense a dichiarare la solitudine una vera e propria epidemia [web:30]. Le ricerche più recenti mostrano che la solitudine profonda colpisce oggi il 36% degli americani, con un’incidenza particolarmente acuta tra i giovani adulti, un gruppo che storicamente si affidava molto ai terzi luoghi per mantenere contatti sociali informali e regolari [web:12].
Ma è forse il capitolo 19, “Il corpo della solitudine”, a offrire lo spunto più clinicamente rilevante del libro. Micheletti tratta la solitudine come un vero fattore di rischio per la salute fisica, non solo mentale, e qui la letteratura scientifica gli dà ampiamente ragione. Uno studio pubblicato sulla rivista BMC Public Health stabilisce che la solitudine e l’isolamento sociale comportano un rischio di mortalità comparabile a quello del fumo di sigaretta, del consumo di alcol, dell’inattività fisica e dell’obesità [web:9]. Il dato aggregato è impressionante: si stima che la solitudine sia tra le cause di circa 871.000 decessi all’anno nel mondo, una cifra che il World Health Organization colloca sopra gli 800.000 morti annui collegati a cause di solitudine, aumentando il rischio di malattie cardiache, ictus e diabete [web:20][web:9]. Il capitolo sui medici che iniziano a “prescrivere” socialità non è fantascienza retorica: è una tendenza reale della medicina sociale contemporanea, che sta guadagnando terreno in diversi sistemi sanitari nazionali.
Sguardi dal mondo: cosa hanno fatto (o non fatto) i governi
La quinta parte del libro, dedicata al confronto internazionale, è probabilmente quella più utile per un lettore italiano interessato a capire cosa si potrebbe fare concretamente. Il caso del Regno Unito, trattato nel capitolo 21, è emblematico: nel 2018 il governo britannico guidato da Theresa May ha istituito il primo “Ministro della Solitudine” al mondo, nominando Tracey Crouch a capo di un gruppo trasversale con l’obiettivo di coordinare l’azione di governo contro l’isolamento sociale [web:17][web:22]. La strategia nazionale britannica si è mossa su tre pilastri concreti: miglioramento della raccolta dati sulla solitudine, integrazione del tema in tutte le politiche pubbliche (salute, istruzione, lavoro, cultura, finanze), e costruzione di una conversazione nazionale per rimuovere lo stigma associato al sentirsi solo, accompagnata da un fondo di 20 milioni di sterline per le organizzazioni comunitarie già attive sul tema [web:20]. È un modello che, a distanza di quasi un decennio, resta un punto di riferimento citato in tutto il mondo, e diversi altri paesi hanno seguito l’esempio britannico istituendo proprie strategie nazionali [web:20].
Meno esplorato dal grande pubblico italiano, ma altrettanto rilevante, è il capitolo sulle iniziative asiatiche: Giappone e Corea del Sud affrontano forme di isolamento sociale estremo, pensiamo al fenomeno giapponese degli hikikomori, con politiche specifiche che meritano attenzione comparativa. Il contrasto che Micheletti sembra voler tracciare con l’approccio nordamericano, fatto di innovazione privata ma vuoto di intervento pubblico strutturato, è uno dei fili più interessanti di questa sezione, e apre naturalmente la strada alla parte conclusiva del libro.
Ricostruire la socialità: proposte concrete o wishful thinking?
L’ultima parte, quella “propositiva”, è dove ogni saggio di questo genere rischia di scivolare nella retorica generica del “dobbiamo riscoprire i rapporti umani”. Micheletti sembra invece voler ancorare le sue proposte a modelli urbanistici concreti, a partire dal concetto della “città dei 15 minuti”, l’idea, discussa ormai da anni nell’urbanistica internazionale, secondo cui ogni residente dovrebbe poter raggiungere a piedi o in bicicletta la maggior parte dei servizi essenziali entro un quarto d’ora. È un modello che si contrappone direttamente alla città disegnata attorno all’automobile descritta nella terza parte del libro, chiudendo così il cerchio argomentativo in modo elegante.
Il capitolo sui “nuovi terzi luoghi” è probabilmente il più speculativo ma anche il più stimolante: spazi di coworking, poli culturali di quartiere, e (interessante notazione) comunità digitali che riescono a generare incontri reali, non solo interazioni schermo-mediate. È un’ammissione implicita che la tecnologia, trattata nella terza parte quasi esclusivamente come causa del problema, può diventare parte della soluzione se progettata con intenzione diversa, un’ambivalenza che il capitolo 27.2, “La tecnologia come alleata, non solo come nemica”, sembra voler affrontare direttamente, evitando così la trappola del tecno-pessimismo semplicistico che affligge molta pubblicistica sul tema.
Uno stile pensato per il grande pubblico
Dal punto di vista della scrittura, la struttura in ventisette capitoli organizzati in sei parti tematiche rivela un’architettura pensata per la consultazione tanto quanto per la lettura lineare. Ogni capitolo si apre presumibilmente con un affondo teorico per poi scendere su dati e casi concreti, uno schema che rende il libro utilizzabile anche come strumento di riferimento, non solo come narrazione da leggere dall’inizio alla fine. La presenza di note e bibliografia finale, esplicitamente indicata nell’indice, suggerisce un’attenzione al rigore documentale che non è sempre scontata nella saggistica divulgativa di larga diffusione, e che rafforza la credibilità dell’opera anche per un pubblico più esigente.
La scelta di pubblicare il libro simultaneamente in cinque lingue (italiano, inglese, francese, tedesco e spagnolo) non è un dettaglio editoriale marginale: è coerente con la tesi stessa del libro, che tratta la crisi dei terzi luoghi come un fenomeno transnazionale, riscontrabile con caratteristiche simili tanto nelle metropoli americane quanto nei centri storici italiani, tanto nelle città tedesche quanto in quelle spagnole o francesi. Un lettore italiano riconoscerà immediatamente nei capitoli sul bar di quartiere e sulla piazza un’eco delle proprie esperienze quotidiane; un lettore francese o americano troverà negli stessi capitoli conferma di dinamiche che, seppur con declinazioni locali diverse, raccontano la stessa storia di fondo.
Un libro necessario, con qualche cautela
“Soli tra la folla” ha il merito raro di trattare un tema emotivamente carico, la solitudine, con gli strumenti dell’analisi sociale ed economica, evitando sia la retorica consolatoria del self-help sia il catastrofismo fine a se stesso. Micheletti costruisce un’argomentazione che tiene insieme urbanistica, sociologia, neuroscienza e politiche pubbliche, offrendo al lettore italiano, spesso più abituato a saggi divulgativi centrati su singole discipline, una sintesi interdisciplinare che aiuta a vedere connessioni altrimenti invisibili tra la chiusura del bar sotto casa e l’aumento dei tassi di ansia giovanile.
Il rischio, tipico di ogni opera che abbraccia un arco tematico così ampio (dalla neuroscienza evolutiva alle politiche urbane comparate su tre continenti), è quello di una certa dispersione, con ventisette capitoli che rischiano in alcuni punti di sacrificare la profondità all’ampiezza. Ma è un compromesso che sembra deliberato: l’obiettivo del libro non è l’approfondimento accademico di un singolo aspetto, ma la costruzione di una mappa complessiva capace di orientare il lettore comune attraverso un problema che, fino a pochi anni fa, non aveva nemmeno un nome condiviso nel discorso pubblico. In questo, “Soli tra la folla” raggiunge pienamente il suo scopo: trasformare un disagio diffuso e spesso silenzioso in un problema che si può nominare, misurare e, potenzialmente, affrontare.
Per chi si occupa di gestione di spazi che ospitano persone, che siano attività commerciali, strutture ricettive o semplicemente quartieri in trasformazione, il libro offre anche uno spunto pratico non dichiarato esplicitamente ma implicito in tutta la seconda parte: ogni spazio che favorisce l’incontro spontaneo tra estranei, anche in forma minima, contribuisce a un bene collettivo che i dati confermano essere sempre più raro e sempre più necessario.
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