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Neurodivergenti da Adulti: Scoprirsi autistici o con ADHD dopo i 30 anni e ricostruire la propria identità

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Neurodivergenti da Adulti: Scoprirsi autistici o con ADHD dopo i 30 anni e ricostruire la propria identità

Negli ultimi anni, i social network e la divulgazione scientifica hanno reso un termine come “neurodivergenza” familiare a un pubblico sempre più ampio. Sempre più persone, dopo i 30, i 40 o persino i 50 anni, si riconoscono nei racconti di vita di altri autistici o adulti con ADHD e iniziano un percorso di autoconsapevolezza che, fino a poco tempo fa, sembrava riservato quasi esclusivamente all’infanzia. È in questo contesto che si inserisce Neurodivergenti da adulti. Scoprirsi autistici o con ADHD dopo i 30 anni e ricostruire la propria identità, l’ultima fatica editoriale del saggista Manuel Micheletti, disponibile su Amazon in italiano e, per un pubblico ancora più vasto, tradotto in inglese, francese, tedesco e spagnolo.

Non si tratta del solito manuale clinico né di un memoir puramente autobiografico: l’indice, articolato in sette parti e ventinove capitoli, tradisce fin da subito l’ambizione del progetto. Micheletti costruisce un percorso che va dalla teoria alla pratica, dalla diagnosi alla vita quotidiana, dal lutto identitario alla ricostruzione di un senso di sé più autentico. È un libro pensato per accompagnare il lettore passo dopo passo, non per essere semplicemente consultato una volta e poi riposto su uno scaffale.

Una struttura che rispecchia un percorso reale

Ciò che colpisce immediatamente, scorrendo l’indice, è la scelta di non partire subito dalla diagnosi, ma di dedicare l’intera Parte Prima a “comprendere la neurodivergenza” in senso ampio: cosa significa il termine, quali sono i modelli interpretativi (medico contro modello della neurodiversità), le differenze e i punti di contatto tra autismo e ADHD, i miti da sfatare. È una scelta editoriale intelligente, perché prepara il terreno culturale prima di entrare nel merito personale, evitando che il lettore si senta immediatamente etichettato o giudicato attraverso una lente esclusivamente clinica.

Il secondo capitolo, dedicato al perché “si scopre tutto da adulti”, è probabilmente uno dei nuclei più interessanti dell’intero volume. Micheletti affronta un tema che la letteratura divulgativa recente ha iniziato a esplorare solo di recente: l’evoluzione storica dei criteri diagnostici, il fenomeno dei bambini “silenziosi” o “brillanti” che compensavano le proprie difficoltà passando inosservati, il ruolo del genere e della cultura nel ritardare o impedire una diagnosi corretta. Chiunque abbia letto testimonianze di donne autistiche diagnosticate tardi riconoscerà in questi temi un nodo cruciale: per decenni i criteri diagnostici sono stati tarati su un modello prevalentemente maschile e stereotipato, lasciando fuori chiunque non corrispondesse esattamente a quell’immagine.

Il capitolo sul mascheramento (masking, per usare il termine ormai entrato nel lessico comune anche in italiano) è un altro tassello fondamentale. Micheletti non si limita a descrivere il fenomeno, ma ne analizza il costo: il prezzo psicologico e fisico di anni, spesso decenni, passati a “fingersi neurotipici”, fino all’esaurimento da mascheramento, una condizione che molti lettori scopriranno di aver vissuto senza mai averle dato un nome.

Dalla teoria all’esperienza: la parte diagnostica

La Parte Seconda si concentra sul percorso verso la diagnosi vera e propria, con un’attenzione che appare più pratica e meno teorica rispetto alla prima sezione. Si parte dal riconoscimento dei primi segnali — un processo che l’autore descrive attraverso l’idea del “leggere i pattern della propria storia personale” e dell'”effetto specchio”, ovvero il momento in cui, leggendo o ascoltando le esperienze di altre persone neurodivergenti, si inizia a riconoscersi.

Particolarmente utili appaiono i capitoli dedicati alle manifestazioni specifiche dell’autismo e dell’ADHD in età adulta (capitoli 5 e 6), entrambi strutturati in modo speculare e con un’attenzione esplicita a “l’autismo/l’ADHD che non corrisponde agli stereotipi” — un sottocapitolo che da solo giustifica l’acquisto del libro per chiunque si sia sentito escluso dalle rappresentazioni più caricaturali che ancora dominano l’immaginario collettivo. Il capitolo 7, dedicato alla compresenza di autismo e ADHD (il cosiddetto AuDHD, termine ormai diffuso nelle comunità online anche se non sempre presente nei manuali diagnostici ufficiali), affronta un tema delicato: la contraddizione tra il bisogno di routine tipico del profilo autistico e il bisogno di stimolazione tipico del profilo ADHD, due tendenze che convivendo nella stessa persona possono generare un conflitto interno costante.

Il capitolo 8, sul percorso di valutazione diagnostica, è quello probabilmente più “utilitaristico” del libro: come funziona una valutazione per adulti, come scegliere il professionista giusto, quali sono tempi e costi, cosa fare in caso di diagnosi non conclusiva o negativa. E qui Micheletti fa una scelta editoriale che merita di essere sottolineata: dedica un intero paragrafo alla legittimità dell’autoidentificazione, riconoscendo che l’accesso a una diagnosi formale non è uguale per tutti, per ragioni economiche, geografiche o di disponibilità di specialisti formati. È una posizione in linea con quanto sostenuto da gran parte della comunità neurodivergente stessa, che da anni rivendica la validità dell’autoriconoscimento quando l’accesso alla diagnosi clinica è precluso o eccessivamente oneroso.

Le voci che restano ai margini: la Parte Terza

Uno degli aspetti più apprezzabili dell’opera è la Parte Terza, dedicata a vissuti specifici che spesso restano ai margini della letteratura più generalista sull’argomento. Il capitolo 10, su donne e persone assegnate femmine alla nascita, affronta un tema ormai centrale nel dibattito pubblico sulla neurodivergenza: il motivo per cui la diagnosi femminile arriva sistematicamente più tardi, il mascheramento sociale appreso fin dall’infanzia (spesso interiorizzato come “essere gentili”, “essere brave”, “adattarsi”), e un argomento raramente trattato con la dovuta attenzione: il rapporto tra neurodivergenza, ormoni, gravidanza e menopausa, fasi della vita in cui i sintomi possono amplificarsi o manifestarsi in modo nuovo.

Il capitolo 11 allarga ulteriormente lo sguardo, affrontando l’intersezionalità tra neurodivergenza, identità di genere, orientamento sessuale e barriere culturali, sociali ed economiche all’accesso alla diagnosi. È un capitolo che dimostra una sensibilità non scontata verso chi vive all’incrocio di più identità minoritarie, un tema che la saggistica divulgativa italiana affronta ancora troppo raramente con la profondità che meriterebbe.

Il capitolo 12, infine, tocca un’esperienza sempre più comune: scoprirsi neurodivergenti attraverso la diagnosi dei propri figli. È un fenomeno noto informalmente nelle comunità online, dove capita spesso che un genitore, accompagnando il figlio in un percorso diagnostico, riconosca in lui — o in lei — schemi comportamentali che rimandano direttamente alla propria infanzia.

Il cuore emotivo del libro

Se le prime tre parti costruiscono le fondamenta cognitive e informative, la Parte Quarta rappresenta probabilmente il cuore emotivo del libro. Micheletti applica esplicitamente il modello del lutto all’elaborazione dell’identità neurodivergente: shock, rabbia, tristezza, in un percorso dichiaratamente non lineare. È una scelta narrativa che permette al lettore di dare un nome a emozioni spesso disorientanti, come il lutto per “la vita che si sarebbe potuta vivere” se la diagnosi fosse arrivata prima — un tema che ricorre spessissimo nelle testimonianze di chi scopre la propria neurodivergenza in età adulta.

I capitoli su rilettura del passato, rabbia, colpa e riconciliazione toccano corde profonde: reinterpretare ricordi, fallimenti e successi alla luce di una nuova consapevolezza; affrontare il senso di essere stati “sbagliati” per una vita intera; scegliere l’autocompassione al posto dell’autocritica. Il capitolo 16, sul sollievo di dare un nome alla propria esperienza, chiude questa sezione con una nota più luminosa, ricordando che, per quanto doloroso, il processo di scoperta porta con sé anche un potenziale liberatorio.

Ricostruire, non solo comprendere

Le Parti Quinta e Sesta rappresentano il passaggio dalla comprensione teorica ed emotiva alla ricostruzione pratica dell’identità e della vita quotidiana. Qui il libro assume un taglio più propositivo: distinguere tra chi si è e chi si è imparato a essere, il processo di smascheramento consapevole (con un’onesta analisi di rischi e benefici, evitando toni idealizzati), la costruzione di un’identità neurodivergente positiva che superi il modello del deficit in favore di un modello della differenza.

Particolarmente concreti sono i capitoli dedicati al lavoro e alla vita professionale (capitolo 24), che affrontano temi molto pratici come la richiesta di adattamenti sul posto di lavoro, la gestione di colloqui e riunioni, le scelte di carriera compatibili con il proprio funzionamento cognitivo. Allo stesso modo, il capitolo 25 sull’organizzazione della vita quotidiana — tempo, ambiente domestico, denaro e burocrazia — offre quella dimensione pragmatica che spesso manca nei saggi più orientati alla teoria.

Il capitolo 26, sulle terapie e i supporti disponibili, merita una menzione particolare per l’onestà con cui affronta anche il tema delle false “cure”, un problema reale in un ambito ancora attraversato da ciarlatani e approcci pseudoscientifici che promettono di “normalizzare” persone che non hanno bisogno di essere normalizzate, ma comprese e supportate.

Uno sguardo al futuro, senza retorica consolatoria

La Parte Settima, conclusiva, evita il rischio — comune in questo genere di saggistica — di scivolare in un ottimismo posticcio. Il titolo del capitolo 29, “Un futuro diverso, non un futuro minore”, sintetizza bene il tono complessivo dell’opera: non si tratta di minimizzare le difficoltà reali che la neurodivergenza comporta, ma di ridefinire cosa significhi una vita “riuscita” al di fuori degli standard neurotipici imposti dalla società.

Gli apparati: un valore aggiunto concreto

Va sottolineato il valore delle appendici, spesso trascurate nei saggi di taglio simile ma qui trattate con la stessa cura del corpo principale del testo: un glossario dei termini, una checklist di autovalutazione (esplicitamente presentata come non sostitutiva di una diagnosi clinica, segno di un approccio responsabile), domande utili da porre a un professionista prima della valutazione, risorse e letture consigliate, e un diario guidato con esercizi di riflessione per ogni capitolo. Quest’ultimo elemento trasforma il libro da semplice testo di lettura a strumento di lavoro personale, pensato per essere annotato, rivisitato, vissuto nel tempo.

Un libro per chi, non un libro su chi

Ciò che rende Neurodivergenti da adulti un’opera degna di nota non è solo l’ampiezza dei temi trattati — davvero notevole, a giudicare dalla struttura dei ventinove capitoli — ma il tono con cui questi temi vengono affrontati: mai paternalistico, mai clinicamente distaccato, sempre orientato a restituire dignità e complessità a un’esperienza spesso banalizzata o ridotta a stereotipi. È un libro scritto, verrebbe da dire, per le persone neurodivergenti, non semplicemente su di loro: una distinzione che fa tutta la differenza in un panorama editoriale dove troppo spesso l’autismo e l’ADHD vengono ancora raccontati esclusivamente dal punto di vista esterno di chi osserva, e non da chi vive quella condizione in prima persona.

La disponibilità dell’opera in cinque lingue — italiano, inglese, francese, tedesco e spagnolo — testimonia peraltro un’ambizione internazionale non da poco, e lascia intuire che Micheletti abbia voluto costruire uno strumento capace di parlare a un pubblico ampio ed eterogeneo, al di là dei confini linguistici e culturali del solo mercato italiano.

Per chi è pensato questo libro

Il pubblico ideale di questo saggio è duplice. Da un lato ci sono le persone che sospettano di essere autistiche o con ADHD e cercano un percorso strutturato per orientarsi tra sintomi, stereotipi da sfatare e possibili strade verso la diagnosi. Dall’altro ci sono quelle già diagnosticate, che possono trovare nel libro un compagno per elaborare il proprio vissuto emotivo e per costruire, capitolo dopo capitolo, una nuova narrazione di sé, più autentica e meno filtrata dal mascheramento.

Ma il libro può risultare prezioso anche per un terzo tipo di lettore: partner, genitori, amici, colleghi o datori di lavoro che desiderano comprendere meglio l’esperienza di una persona neurodivergente vicina a loro, senza cadere nei luoghi comuni più diffusi. I capitoli dedicati alle relazioni, alla comunicazione neurodivergente e alla richiesta di adattamenti lavorativi offrono spunti concreti anche a chi si avvicina al tema da una posizione esterna.

Conclusione

Neurodivergenti da adulti di Manuel Micheletti si presenta come uno dei tentativi più completi e ben organizzati della saggistica italiana recente di affrontare in modo sistematico il tema della scoperta tardiva dell’autismo e dell’ADHD. La struttura in sette parti — dalla comprensione teorica al percorso diagnostico, dai vissuti specifici all’elaborazione emotiva, fino alla ricostruzione pratica dell’identità e della vita quotidiana — restituisce un percorso coerente e progressivo, capace di accompagnare il lettore senza mai risultare dispersivo, nonostante l’ampiezza degli argomenti trattati.

Non è un libro che promette soluzioni facili né miracoli, ma uno strumento onesto, documentato nella sua impostazione e attento alle voci più marginalizzate all’interno della stessa comunità neurodivergente — donne, persone queer, genitori, chi vive all’incrocio di più identità minoritarie. Per chiunque si stia interrogando sulla propria neurodivergenza dopo i 30 anni, o per chi desideri semplicemente comprendere meglio questa realtà sempre più presente nel dibattito pubblico, Neurodivergenti da adulti rappresenta una lettura solida, ricca e, soprattutto, rispettosa delle persone di cui parla.

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